A proposito di questa immagine: 1139c964318 Bozze per un romanzo
Capitolo 2

Quella mattina si svegliò con un tremendo mal di testa. La notte non aveva portato consiglio, semmai lo aveva confuso ancora di più, in quella “lotta interiore” tra i ricordi e la “perdita volontaria” di uan persona a cui voler bene, anche se è un bene non ricambiato.
Non aveva di certo voglia di mettere gli occhi davanti ad un foglio bianco con un cursore lampegginate, ma doveva a tutti i costi consegnare le programmazioni annuali. Il direttore brontolava già da giorni e lui, di certo, non poteva tirarsi indietro.
Quando la gente sentiva che un ragazzo così giovane insegnava già, spesso rimaneva senza parole. Eppure era una passione che coltivava fin da quando era piccolo, quando riuniva i peluche e insegnava loro a scrivere…
Così arrivò al lavoro, si avviò verso la sala professorì per firmare il registro delle presenze e, approfittando delle tre ore di buca che si ritrovava, si avviò lentamente verso l’Aula Informatica, certo che lì nessuno avrebbe potuto disturbarlo. Percorse il lungo corridoio bianco. Aprì la porta e subito la richiuse dietro sè. Aprì la finestra, giusto uno spiraglio per far filtrare i raggi di un timido sole mattituino, aprì il portatile e cominciò a battere nervosamente sui tasti. Accanto a lui i registri blu gli davano compagnia, con tutti quei numeri e quei voti.
Mentre scriveva, la sua mente viaggiava lontano, verso un pensiero, verso i pensieri, e gli sembrava quasi di vedere la sua ombra sullo schermo, di sentire ancora le sue mani calde, il suo dolce profumo. Le sue mani ormai scrivevano da sole. I pensieri pian piano stavano prendendo il sopravvento, e la rabbia rimontava dentro di se, sapendo che qualche giorno dopo, ormai, nulla sarebbe più esistito. Lui non voleva, si sforzava di guarire, ma era una cosa necessaria. Basta. Non ce la faceva più.
Ridusse ad icona il file aperto e aprì Outlook. Fece clic su “Invia/Ricevi”. Sentiva che questa volta avrebbe risposto alla sua e mail. In basso a destra la bustina argentata confermava la ricezione di un nuovo messaggio. Il cuore batteva forte, ma era una nuova illusione, da accodare a tutte quelle che aveva vissuto fino a quel momento. Era un messaggio da parte di una newsletter che nemmeno ricordava più di aver attivato. Lo cestinò e tornò al suo lavoro.
Era ancora l’insensibilità a fare da padrone al suo dolore, alla sua sofferenza. Era certo, però, che lei aveva letto quella e mail, e che non aveva risposto pur sapendo quanto lui stava male.
Non aveva tutti i torti: lei, insensibile e testarda, quella sera, aveva letto il suo messaggio, pensato e ripensato a quello che fù un tempo e a quello che poteva essere. Eppure, non sapeva pensare ad altro che ad odiarlo. Si sforzava d reprimere quella dolcezza che alle volte faceva la sua comparsa in lei, perchè mai più doveva esistere dolcezza con lui, con lui che l’aveva fatta soffrire, con lui che voleva ancora amare ma ormai non poteva più. La sua sofferenza doveva essere pari alla sua. Ecco il ragionamento che faceva: come lei aveva sofferto anche lui doveva.
Non ce la faceva più, stava soffrendo un altra volta. Salvò le ultime modifiche ed aprì la cartella con le loro vecchie foto. Le guardava e ripensava a loro, al loro amore, al sentimento che univa i loro sguardi e i loro pensieri.
Era immerso nei pensieri più profondi, e si perdeva nelle congetture arzigogolate della sua mente. Solo il suono della campanella lo riportò alla realtà. Per fortuna che aveva finito di scrivere tutto.
Non aveva voglia di uscire fuori: il tempo di stampare tutto e i programmi erano pronti per essere consegnati.
Finiti di stampare quei documenti, richiuse l’aula e si avviò verso l’ufficio del direttore. Stava per arrivare, quando un flash, un frangente lo bloccò. Era il suo profumo.
Non poteva sbagliarsi, lo conosceva fin troppo bene: quello stesso profumo aveva fatto da cornice ai suoi momenti più belli, alle sue emozioni, alla sua gioia e alle sue lacrime quando quel dì lei se ne andò.
Si voltò di scatto. In lontananza, la silhouette di una ragazza scoloriva piano.
Era fermo sul ciglio del corridoio, quando lo squillo del cellulare lo riportò alla realtà di ogni giorno. Prese in mano il telefono e lesse il promemoria che lui stesso aveva scritto qualche giorno prima (e di cui si era regolarmente dimenticato) : “ORE 16: APPUNTAMENTO DOTTORE”.
Già, doveva andare dal dottore. Aveva appuntamento con chi avrebbe cancellato il suo passato.
Cancellare il passato.
Nella sua mente rimbombava da tanti giorni questa frase, ancora da prima che il dottore facesse la sua proposta. Pensava e ripensava a che senso avrebbe cancellare il passato e mascherarsi ai suoi occhi solo per sfuggire da chi ti ama.
Ci pensava da quando scoprì che la sua ex, ora, si faceva chiamare con un altro nome, solo perchè aveva paura di essere scoperta dal suo ex, da lui, e non capiva che senso avesse fuggire dal passato per non farsi trovare dagli occhi di chi ama, di chi soffre, di chi vorrebbe soltanto un bacio ed un abbraccio. Soltanto un bacio ed un abbraccio.
Il pomeriggio arrivò presto: il tempo di un pasto veloce e via, nel traffico della metropoli, per andare incontro alla fine del proprio passato.
Il dottore lo aspettava già.
Lo vide ed esclamò “benvenuto, la aspettavo. Si accomodi pure qui, sul lettino”
Nell’aria, l’odore di fragranze esotiche favorivano la concentrazione sui suoi pensieri, sulla sua parte interiore, sul su dolore, sulla sua solitudine che sembrava immensa dentro quelle mura, dentro quel corpo, dentro quel suo piccolo grande dolore, quella sofferenza nel non avere più una persona da amare.
Il dottore aveva capito che il ricordo era il suo dolore più grande. L’unica soluzione era fargli dimenticare di aver vissuto quell’amore. Lo guardo dritto negli occhi. Abbassò poco la finestra da cui entrava un sole caldo, filtrato dalle nuvole. I raggi bucavano le nuvole e spandevano intorno una luce bianca, divenuta più scura con quella persiana che oscurava la stanza e creava atmosfera.
“Amico caro”, disse, “lei capisce che così non può andare avanti? Capisce che la sua sofferenza la fa stare male, le fa perdere concentrazione? Perchè non capisce? Provi per un attimo a dire BASTA! Lo faccia per lei stesso. Dimentichi.”
Quelle parole aprirono in lui un vuoto silenzioso, che lo fece sciogliere in lacrime, in disperazione, perchè capiva di non riuscirci. Quell’amore era troppo grande per lui, significata troppo, era troppo, troppo importante. Sapeva che non aveva senso continuare a crederci, ma capiva anche che l’unica cosa che voleva era un abbraccio. Che tutti gli abbracci del mondo non avevano la stessa “valenza” del suo abbraccio, delle sue mani, del suo profumo, della sua voce. Di tutto quello che era lei.
Si struggeva nella sua indifferenza. Lei non soffriva del suo dolore, lei era totalmente indifferente. Cosa le importava se lui viveva, se lui moriva, se lui era lì o soffriva?
“Testarda” – Non sapeva descriverla in altro modo.
Quando il dottore gli chiese di descrivere la sua ex, il suo pensiero fisso, il suo tormento, non sapeva descriverla in altro modo. Diceva soltanto che “per lei il passato non esiste più e non esiste remissione di farlo tornare, di ripensarci”
Il dottore, intanto, prendeva nota sul suo taccuino, che ormai cominciava a non bastare più, tanto da doverne adottare uno soltanto per lui.
Stava male, era visiblmente triste.
Quell’amore che non aveva lo stava distruggendo, come una candela che si spegneva giorno dopo giorno dopo giorno…

(Continua)

Bozza per un romanzo : solo una cosa voglio aggiungere . Non pensate che davvero quanto ho raccontato sia la fotocopia di cose accadute realmente . Magari ho preso spunto , ma per tutto il resto è soltanto frutto della mia fantasia .
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Riferimenti: Capitolo 3